What's wrong with SANA?

Edizione 2007: apettative e delusioni di operatori e consumatori critici.

di Barbara Righini - 7 ottobre 2007


 

Anche quest'anno si è svolto a Bologna, dal 13 al 16 settembre, il Salone Internazionale del Naturale, altrimenti detto SANA.

Giunto alla diciannovesima edizione, il SANA si propone di essere “la più completa piattaforma espositiva mondiale per l’alimentazione biologica e certificata, per le piante officinali, i prodotti e i servizi della salute e del benessere, per l’abitare sano e sostenibile”.

I più di mille espositori erano suddivisi tra bioedilizia, alimentazione, cosmesi, abbigliamento, erboristeria, benessere e si rivolgevano sia agli operatori di settore, ai quali erano dedicate le prime due giornate, sia ai semplici visitatori, consumatori critici o curiosi, nelle ultime due giornate.

Tematiche come quelle sostenute dal SANA sono certamente di grande attualità, sottoposti come siamo ad inquinamento e stress crescenti.

Chi visita la vastissima area del Salone, operatore o no, è tendenzialmente una persona attenta al benessere proprio e dell'ambiente in cui vive.

Se l'operatore si aspetta di trovare contatti utili alla propria attività, il visitatore cercherà informazioni sui prodotti/servizi offerti. In entrambi i casi l'aspettativa sarà di trovarsi di fronte aziende davvero “verdi”. Ma è davvero così?

Lo chiediamo a Donatella, responsabile di un'attività commerciale che si occupa di prodotti e servizi eco-bio-equi, proveniente dal mondo del volontariato, ex-gasista e, come ama definirsi, consumatrice critica "work in progress". Consideravo il Sana una delle fiere più importanti e complete per tutto ciò che concerne il mondo del biologico, della sostenibilità ambientale, del consumo critico, e fino a quest'anno (era la mia quarta fiera) avevo sempre trovato spunti, idee, prodotti, persone sulla mia stessa "lunghezza d'onda"con le quali scambiare opinioni – dice, e prosegue accennando allo stupore di fronte ai molti padiglioni rimasti vuoti, e alla scarsa presenza di piccoli produttori, in favore di grandi aziende che certo hanno meno bisogno di farsi conoscere.
Ma è su alcuni episodi in particolare che pone l'attenzione:
noto in uno stand un espositore di torroncini senza zucchero; cerco, a fatica, qualcuno che possa illustrarmi gli ingredienti dei suddetti torroncini. Alla fine arriva una signora molto affaticata (la fiera era iniziata da neanche un'ora e non c'era ressa) e mi dice: "Gli ingredienti puo' leggerli nell'etichetta che sta dietro al pacchetto" -fine della spiegazione.
Noto un altro stand, ridondante e molto colorato, un paradiso di caramelle di tutti i tipi. Immagino che un'azienda torinese che espone al Sana, utilizzerà solo ingredienti naturali, e lo domando alla ragazza dietro al bancone. Visibilmente imbarazzata mi invita a visitare il loro sito web. Ma il viaggio in autobus da Pescara con levataccia annessa e connessa alle 5.30 del mattino potevo evitarmelo. L'anno prossimo inaugureremo "sana on line"! Comincio ad innervosirmi, ma la ragazza è molto imbarazzata e mi ispira sentimenti materni, le consiglio di informarsi perchè quella è la giornata degli operatori e qualcun altro le avrebbe fatto le stesse domande. A quel punto si avvicina il titolare e mi spiega che solo su richiesta producevano caramelle con polpa di frutta e senza coloranti, mentre quelle sul bancone “sono per la massa". A quel punto mi imbufalisco e gli chiedo se sa di essere al Sana e chi sono gli operatori di quel settore, ma candidamente fa spallucce accusandomi di essere l'unica a porre quel tipo di domande.
Ma non è finita qui e continua Donatella: proseguiamo e troviamo una serie di stand con belle ragazze immagine, ma spesso in difficoltà, che ci chiedono di ripassare quando ci fosse stato il titolare. Dulcis in fundo decidiamo di pranzare al self service bio: stoviglie in mater-b, pietanze vegetariane e non, tutto regolare, tranne le bevande: tra organic cola e succhi bio facevano bella mostra di sé le varie sprite e fanta. Della coca-cola non mi ricordo, ma devo averne rimosso la visione, così come rimuoverò la mia partecipazione al Sana di quest'anno!

L'impressione che si ha dal racconto è di una fiera improntata verso il commercio del tipo tradizionale, dove ciò che conta è vendere, piuttosto che promuovere uno stile di vita e dunque di consumo alternativo ed etico.

D'altra parte la presenza come standisti costa cara. Racconta Luigi, piccolo produttore di saponi, unguenti e oli da massaggio biologici, di non aver esposto al SANA principalmente per il costo troppo alto per una micro ditta come la sua. Il sito www.sana.it riporta cifre che vanno da 132 a 200 euro al metro quadro, alle quali vanno aggiunte la quota di iscrizione di 500 euro, più viaggio, vitto, alloggio ed extra come assicurazione, allaccio ad internet, varie ed eventuali. Sono tariffe che per una piccola azienda rappresentano un costo non indifferente, il che porta ad una sorta di “selezione naturale” che esclude i piccoli produttori privilegiando realtà più vaste, conosciute. Come rimarca Luigi: non mi ci immagino proprio, vicino a ACEF oppure a SUD PACIFIQUE COSMETIC o LUSH.

Dopo le opinioni di due operatori del settore, rimane da chiedersi cosa pensino del Salone i consumatori. Sui forum internet le discussioni successive alle visite sono state accese. Come si legge su forum.saicosatispalmi.org, se il principale motivo di scontento sembra essere la scarsa disponibilità degli espositori a fornire spiegazioni e campioncini/assaggi - che dire, voto complessivo 6. Se non sei un aspirante agente o un agente non ti diverti granchè. Moltissimi hanno carrettate di prodotti solo in esposizione (soprattutto la cosmesi) - non mancano critiche alla presunta ecologicità ed eticità dei marchi presenti: l'impressione che ho avuto io è che ormai anche questo è diventato solo un grande business, soprattutto quando sono entrata nel padiglione dedicato all'arredamento. Ancora: ho avuto l'impressione che a pochi fregasse davvero di vendere prodotti "sani", come dice il titolo, ma che avessero tutti una gran voglia di mettersi in mostra per quanto sono fichi loro che si occupano del mondo del naturale, e di quanti soldi si possono fare con questo commercio, così come da forumetici.it: il Sana ha perso molto, è diventata molto deludente e purtroppo, a causa dell'industrializzazione del biologico, sono presenti anche alcuni colossi industriali che si sono buttati nel bio perchè "tira".

Un commento lasciato su www.greenplanet.it rimarca: la qualità degli espositori non si può valutare in base alle dimensioni delle aziende, anzi l'esperienza insegna che medio è meglio: il settore erboristico vedeva solo i più grandi già conosciuti e riconosciuti, l'abitare sic. e vi è un prolificare di scuole o attività che con il benessere hanno poco a che fare se non con il benessere di chi le promuove. I visitatori stranieri saranno anche aumentati ma quelli italiani non credo proprio mi ricordo la calca degli anni passati. All'uscita il visitatore si sente un pollo al quale chi ha potuto ha tolto una penna, ha visto cose meno interessanti di quelle che vede ad una fiera del bio di paese ma in compenso solo per esserci ha speso molto di più.

Grandi aziende privilegiate, personale poco competente e poco disponibile, poca informazione e scarsa divulgazione, tanta pubblicità ma ridotta sostanza, bio come business.

Eppure qualche commento positivo c'è, sempre da forumetici: ci vado tutti gli anni. Se c'è una ditta che non mi piace non mi fermo al suo stand, tutto qui, ma non vedo perchè privarmi di una giornata in cui posso scuriosare, assaggiare cibi veg etc. cosa che mi capita raramente! Per una volta posso uscire senza preoccuparmi per il pranzo, visto che lì so che potrò trovare cose adatte a me.

Le potenzialità del SANA sono innegabili e il settore del benessere sostenibile sta progressivamente raggiungendo quote di mercato sempre più ampie. Il rischio, che in parte si sta già verificando, è che quello rappresentato dal Salone bolognese non sia un commercio realmente alternativo in quanto etico, biologico, sostenibile, ecologico. Ma che al contrario venga mostrato un commercio etico, biologico, sostenibile ed ecologico tale soltanto di facciata, poiché di fatto non presenta differenze sostanziali col commercio tradizionale, fatto di pubblicità, informazioni parziali e approssimative se non ingannevoli, grandi numeri ed “economia del marchio”.

Tutto questo mentre tante piccole realtà imprenditoriali scommettono sul bio-eco di piccola scala, con grandi sacrifici e senza tante possibilità di farsi conoscere.

Il consumatore critico, a questo punto, può però scegliere di frequentare ed appoggiare le numerose iniziative come “Fa la cosa giusta” od “Eco&Equo”, senza dubbio meno pubblicizzate, ancorate al territorio, con meno espositori e pochi metri quadri, ma forse con un pizzico di genuinità in più.


Vuoi commentare l'articolo? puoi farlo qui.